Una canzone di ghiaccio e fuoco

L'amore al tempo degli illuminati

Rondine di Zaffiro stava osservando la notte del deserto da una delle enormi balconate della villa di Xen len, perdendosi nella magnifica vista delle dune rese azzurrine dalla luce della luna.
La cupola di energia che manteneva la regione di Gemma del Sud separata dal resto della Creazione sembrava quasi invisibile di notte, come un leggero velo d’acqua che si increspava mosso dal vento, facendo danzare le poche stelle visibili attraverso le coltri di fuliggine dei vicini vulcani dei Picchi di Fuoco.
A Yu-Shan aveva potuto godere di viste molto più spettacolari, e gli orrori accaduti in quel luogo nell’ultima settimana erano terribili, ma ben poca cosa rispetto alla conquista di Spine, a cui Rondine aveva assistito impotente, potendosi solo limitare a registrare ogni dato in modo da poter fornire il maggior numero di informazioni possibili.
Eppure in quel momento niente le appariva più immanente e grande di quella vista così particolare.
Il tempio che aveva appena visto, e dal quale non riusciva a staccare gli occhi era davvero magnifico, e continuava ad attrarre numerosi drappelli di fedeli che venivano per pregare, andandosene sempre con un’aria più serena e speranzosa di quella che avevano prima di inginocchiarsi di fronte alla massiccia ed aggraziata statua del Sole Invitto.
“Credo sia un risultato che non dimenticherò mai.” la riscosse la voce di Xen Len, che era riuscita a prenderla di sorpresa, con il suo tipico sorriso beffardo a malapena distratto dallo sguardo di sincera commozione nel vedere l’opera per la quale aveva fornito le proprie mani.
“Senza dubbio ammirevole Xen Len. La pace che sta diffondendo nel popolo di questa città è quasi magico, ed è frutto solo della tua ispirata realizzazione, non c’è alcuna stregoneria o potere eccelso in essa. Solo il potere della tua fede.”
Xen len si era fermato ad alcuni passi da lei. Poteva apparire come una forma di rispetto, ma il crepuscolo non si era fermato solo per quello. La donna che stava appoggiata con una mano all’enorme balcone in marmo bianco era una visione incantevole, e Xen Len non intendeva fare un solo altro passo senza prima aver finito di imprimerla nel proprio cuore.
La donna dalla pelle chiarissima e i capelli di platino indossava solamente pochi veli semitrasparenti, che non nascondevano nulla del suo fisico atletico e ben proporzionato. Nessuno riusciva a distogliere lo sguardo mentre lei camminava, ma Xen Len vedeva ben di più in lei.
Erano soprattutto i suoi occhi ad attrarlo senza speranza, due occhi sensibili, attenti, che avevano visto troppo dei dolori della Creazione per non aver ferito il cuore che li muoveva, ed era questo collegamento a fare impazzire di desiderio Xen Len.
A lei ovviamente non era sfuggito quello sguardo tanto intenso, e se l’uomo non avesse continuato a sfoggiare quel suo tipico sorriso lei avrebbe riso, schernito l’uomo e se ne sarebbe andata via.
Ma quel sorriso, che poteva diventare una temibile arma di derisione contro i suoi nemici, era per Xen Len il modo di esprimersi davvero, e non c’era nulla che stesse nascondendo alla donna di fronte a lui in quel momento.
Quando lui fece un singolo passo in avanti lei fece del suo meglio per non sussultare, ma nell’accorgersi che non stava cercando di scappare o di innalzare le proprie difese cominciò a realizzare quanto pericolosa fosse quell’attrazione che solo ora accettava di riconoscere per quello che era.
“Questa terra è magnifica, anche se è molto diversa dalla mia.” iniziò Xen Len, guardando con lei fuori dall’ampia finestra.
“La provincia dove sono nato è molto fertile, piena di foreste e campi coltivati. I bambini che giocano tornano a casa con i vestiti macchiati di erba e della frutta che hanno raccolto, qui i bambini giocano con sabbia e rocce. E’ stato strano quando me ne sono accorto all’inizio.”
Rondine si accorse di come il suo sguardo vedesse sia il paesaggio notturno che la sua vecchia casa, e non se la sentì di interromperlo.
“Non riuscivo ad immaginare come si potesse essere bambini felici senza fossi da saltare, alberi sui quali arrampicarsi, cose così.”
“Credo che tu sia riuscito a risolvere l’enigma no? Quella statua è pura felicità.”
Xen Len rise piano guardandola. Era felice di vederla finalmente parlare.
“Si, ci sono riuscito smettendola di guardare verso casa, ed ho iniziato ad osservare davvero questa terra.” quindi si appoggiò di spalle alla balconata, appoggiando entrambe le mani sul corrimano levigato, continuando ad inciderlo con una mano, delicatamente, accarezzando il marmo, che sembrava modellarsi sotto le sue mani.
“Devi aver visto molta forza in questi uomini. Da secoli aspettavano la tua amica, e ora ricevono tutto ciò che comporta la presenza di un eccelso: gloria senza pari, e pericoli senza fine.
Eppure non cercano agnelli sacrificali, solo imparano nuovi modi di vivere.” Concluse Rondine, cercando i suoi occhi con lo sguardo, desiderosa di introdurre un nuovo argomento.
Ma Xen Len continuò imperterrito ad accarezzare il corrimano, accarezzandone la superficie e lasciandoci sopra dei nuovi arabeschi mentre rispondeva: “Non solo quello, ho visto qualcosa che mi ha sorpreso molto di più, e l’ho visto solo oggi. Ma in fondo l’avevo sotto gli occhi da tempo, solo che non sapevo dove guardare.”
“Questa deve essere la tua famosa mania per i discorsi criptici di cui ho sentito tanto parlare. Non dovresti sfidare una Siderale della Casa dei Segreti sai? Potrei aver già svelato il tuo indovinello.” e mentre sulla fronte della ragazza appariva un delicato glifo verde che indicava la sua Casa Celeste, i suoi occhi mutarono, e le sue iridi verdi iniziarono a coprirsi di punti più luminosi facendoli apparire come minuscoli cieli stellati.
La punta del suo indice iniziò a brillare di quella stessa luce, e quando iniziò a passarlo sugli arabeschi appena incisi ne illuminò le parole nascoste tra le forme sinuose, scandendo lentamente a voce le parole scoperte mentre si avvicinava lentamente al solare, che continuava a scolpire con un sorriso divertito sul volto.
“Della .. quella.. è .. fare.. da .. scoperta.. prima.. la..” e quando senza accorgersene sfiorò il dito del solare che ancora lavorava si bloccò, vedendo che Xen Len aveva distolto lo sguardo dal marmo per fissare lei nei suoi occhi.
Sentendosi improvvisamente vulnerabile Rondine ece per allontanarsi, ma la calma e calda mano di Xen Len appoggiata sulla propria la indussero a fermarsi e rilassarsi mentre il solare le stringeva la mano e la accompagnava dove si trovava prima, superando le parole già incise.
“Leggila da qui Rondine” disse mentre si poneva alle sue spalle, sussurrandole quella richiesta nelle orecchie. Rondine riuscì ad ignorare il brivido datole da quelle parole e dalla presenza del solare tanto vicino, ma non la richiesta.
“La prima scoperta da fare è quella della.. manca l’ultima parola Xen, cosa vuoi che io scopra come prima cosa?” chiese girandosi verso di lui, trovandosi praticamente addosso a lui.
Xen Len le pose le mani lungo i fianchi, facendo ricorso a tutta la sua temperanza per non abbandonarsi solo all’urgenza del proprio desiderio, ma alla seduzione che sentiva di volerle dedicare, quasi costituisse un’opera d’arte, un ulteriore dono da fare a lei e al mondo.
“Non potrei volere che tu scopra nulla, quella frase è per me. Per ricordarmi sempre che cosa ha significato conoscerti.” le disse guardandola negli occhi senza vacillare.
Rondine quasi si sentì mancare per l’intensità di quella frase e per fortuna Xen Len la stava già tenendo o lei sarebbe caduta a terra.
Sentendola così scossa Xen Len la abbracciò di istinto, mentre con una mano le afferrava con garbo il mento e la teneva ferma, continuando a fissarla negli occhi, come se non esistesse altro.
Rondine a sua volta accarezzò il viso del solare prima di prenderlo fra le mani e chiedergli: “E cosa ha significato conoscermi Xen Len? Dimmelo!”
“Ha significato scoprire tutta la mia ignoranza del mondo. Tutto quello che ho studiato sul cielo e la terra, sull’essenza e sul corpo, sugli animali e gli uomini, e su ogni altro argomento, non era nulla, perchè ignoravo cosa significasse sentirsi solo.
Da quando sono adulto studio il mondo, svelandone i misteri, mentre tu con il tuo arrivo mi hai rivelato l’esistenza di mille misteri ai quali ero cieco, tutti riguardanti il mio cuore che non sapeva di potersi innamorare non solo di idee e concetti, ma di una persona.”
Rondine vide la propria vista annebbiarsi, per le lacrime che iniziarono a sgorgarle dagli occhi, mentre lui non smetteva di fissarla, non come se le stesse scavando l’anima, ma come se stesse cercando di fare uscire tutta la propria anima attraverso i propri occhi per esporsi a lei.
“Se tutti fossero come te Xen Len, io non sarei stata prescelta per la Casa dei Segreti, ma per quella della Serenità. Lascia che ti mostri altri misteri.. ” e senza più temere nulla lo baciò delicatamente sulle labbra, sentendo il calore del solare superare quello dei vulcani, e sciogliendosi nel suo abbraccio.
Mentre Xen Len la sollevava per portarla verso l’enorme letto alle loro spalle adagiò la testa nell’incavo tra la testa e il collo, sussurrando: “Ho anche io un segreto Xen Len, un mistero. Non sono una bambina, ma vedi io… ecco… ora non ho paura.. ma..”
Xen Len la depose delicatamente sul letto prima di baciarla di nuovo per zittirla, non appena sentì i muscoli di lei rilassarsi e lei adagiarsi completamente, rassicurata da quel bacio tanto dolce si permise di staccarsi e risponderle: “Sono vergine anche io Rondine, perchè prima di te non sono mai esistite donne.”
Lei rispose con un sorriso divertito, grata di quel pensiero dolce, ma poco convinta di quelle parole.
Il crepuscolo non perse però tempo ed iniziò a baciarle gli occhi: “Non credo che nessuno mi abbia mai visto davvero prima che tu mi vedessi con questi occhi e scorgessi in me ciò che da sempre aspettava di essere visto.”
Quindi scese sulle sue labbra: “Nessuno mi ha mai parlato prima, dicendomi cosa io non potevo vedere di me stesso, né nessun bacio mi è mai stato dato con tanto abbandono, trascinandomi dentro il tuo cuore.”
Infine le baciò le palme delle mani: “Nessuno ha mai toccato prima qualcosa che io avevo fatto facendomi sentire quel tocco sulla mia stessa pelle, risvegliando con le proprie mani quella relazione fra me e le mie opere. E non ci sono mai state mani che tanto volessi addosso a me.” concluse mentre si passava sul volto la mano della donna, che ormai giaceva completamente stregata di fronte a lui.
Lei si mise seduta di fronte a lui, sollevando il busto.
“Come fai ad essere tanto magnifico? Come fai ad essere così perfetto?” chiese, mentre lo liberava della veste che indossava.
Lui sorrise sfoderando di nuovo il proprio sorriso beffardo, che questa volta era coperto di molta malizia, che infiammò la siderale mentre lui iniziava a spogliarla: “Sono un Crepuscolo, sono nato per scoprire i Segreti. E ora tutto ciò che voglio è svelarti completamente e penetrare il tuo mistero.”
Lei rise divertita mentre si lanciava sopra di lui prima di trascinarlo fra le lenzuola.
Fu molto più sorprendente di quanto si fosse aspettata sentire le sue mani, la sua bocca sul proprio corpo, e anche Xen Len si immerse completamente nello stupore e nella meraviglia di ogni singolo istante. Scoprire quali punti fossero più lisci delle sue gambe, quali muscoli fremevano di più quando le baciava la schiena, fu una serie continua di scoperte strabilianti, tanto che Rondine, che aveva assistito a ben più di un accoppiamento durante i suoi doveri, si sorprese della loro reciproca armonia, della chimica di ogni loro movimento, e della scioltezza con la quale si esplorarono a vicenda.
Fu di nuovo Xen Len a leggerle nella mente e risponderle mentre si alzava di fronte a lei per farsi ammirare mentre la sua pelle iniziava ad emanare un lieve bagliore dorato, ed il suo marchio di casta iniziava a brillare.
“Perchè non siamo solo un uomo e una donna, siamo il sole e le stelle amore mio, in noi c’è la saggezza del cosmo, ma sappi che è l’uomo a desiderarti tanto. Mi approfitterò della forza datami da sole per amarti tutta la notte, ma sono io che ti amo, non il mio potere.”
Lei rispose maliziosa mentre lui calava su di lei, pronto a quell’ultimo, fondamentale passo della loro unione, ed aiutandolo a posizionare il proprio organo contro il proprio si concesse di perdere ogni difesa e lo sfidò con lo sguardo: “E allora amami fino a che il tuo sole non sorgerà amore mio, perchè con tutta me stessa ti voglio.”

Camminando verso la propria villa Hakurai osservò la villa di Xen Len, notando sul balcone i due che si baciavano, perdendo d’istante ogni buonumore.
Dopo tanti giorni di massacri ed omicidi in cui si era sentito impotente aveva avuto bisogno della festa organizzata per celebrare i funerali solenni dei caduti. Sia per sé stesso che per sottolineare il proprio ruolo nella città. Aveva ormai realizzato l’accordo commerciale con Gemma, quindi si sarebbe dovuto sentire bene. L’indomani sarebbero partiti per l’ovest, pronti a dare battaglia al più terribile nemico che avessero mai affrontato, e nell’intera città i preparativi erano confusi assieme alle feste per celebrare l’inizio della guerra.
Eppure vedere Xen Len che si perdeva con tanto abbandono all’amore era bastato per ripiombarlo nella tristezza.
Mentre camminava verso la propria casa continuò a cercare di scacciare quella immagine, ma continuava a tormentarlo, come un memento implacabile ci ciò che non aveva, e che non credeva avrebbe avuto mai. Xen Len era diverso da lui, con un solo sorriso sapeva portare tutti dalla propria parte, e guadagnarsi la fiducia degli altri con poche parole.
Per lui era diverso.
Per Hakurai invece era difficile e duro. Sapeva di venire da una terra fredda ed inospitale, dove si doveva lottare ogni giorno per la sopravvivenza. Il suo rango nella famiglia se l’era sudato grazie ad impegno e dedizione, affinando le proprie arti organizzative, non sorridendo alla gente.
Sapeva che anche a Kether Rock, dove gli altri avevano trovato il proprio ambiente naturale fatto di duri allenamenti, lotte e sofferenze, lui aveva faticato il doppio degli altri per stare al passo, e spesso esagerava nei combattimenti, solo per non sentirsi “quello che organizza” e basta, ma un degno membro del gruppo.
Nonostante avesse condiviso con loro sangue e lotte persino a Malfea, a volte si sentiva in competizione con gli altri, sentendosi spesso meno brillante, meno amato.
Sapeva di avere tutto l’affetto possibile di Xen Len e Kururu, ma in momenti come quelli si sentiva di nuovo il mortale della Casata Ferem, e non il possente Principe della Creazione che era divenuto.
Solo una volta non si era sentito affatto così.
Farfalla era riuscita a farlo sentire un dio molto prima che lui divenisse un semidio dorato e splendente, prima di riuscire a tenere testa ad armate demoni e a poter mantenere efficienti interi imperi di burocrati.
Farfalla lo aveva fatto sentire il più bell’uomo della Creazione quando ancora lui non osava mostrarsi di fronte alle folle che ora aveva il compito di amministrare.
Farfalla lo aveva cercato, sedotto e baciato più di tre anni prima, e da allora nessuno lo aveva più baciato a quel modo.
Certo Ranlea mi ha baciato, e mi ha sedotto.. anche se forse è più corretto dire che mi ha quasi violentato, più per sentire addosso a sé un altro solare, ma non mi mancherà. A me manca lei..
Entrando nella propria villa e dando licenza ai propri servitori diede ordine di non venire disturbato e si ritirò nella propria camera da letto privata dove si diresse ad un cavalletto coperto da un telo.
Non aveva mai pensato di essere portato per la pittura, e non aveva certo dimostrato alcun talento naturale, ma lentamente stava imparando come tracciare le linee nel modo in cui le immaginava nella mente, a dare solidità al disegno con le ombreggiature.
Più faticava a tracciare una linea più era felice, perchè gli dava modo di immergersi totalmente nell’indelebile ricordo dei giorni passati con lei, e sforzarsi di tracciare la linea finchè non delineava esattamente il particolare che cercava.
Da quando era arrivato a Gemma del Sud aveva lavorato al dipinto ogni notte, persino quando aveva iniziato a nutrire qualcosa per Destan prima che si tramutasse in astio, persino durante i massacri, quando dipingere era stata l’unica cosa che gli aveva impedito di impazzire del tutto.
Quando si era dovuto allontanare aveva continuato però a delineare quel ritratto nella mente, studiando la posizione del volto, la luce ed i colori che avrebbe voluto utilizzare.
Eppure ora che stava di fronte al disegno quasi concluso si sentiva un idiota a continuare.
Un volto perfettamente uguale a quello di Farfalla lo osservava sorridendo, eppure lui si sentiva solo e svuotato. In quel quadro non vedeva lei, ma solo il proprio sentimento verso di lei.
Il sorriso era come lui lo ricordava, non un sorriso divertito che avrebbe potuto sorprenderlo, o il sorriso complice di una lunga relazione.
D’un tratto quel quadro gli parve quasi offensivo e un insulto, un’accusa di ossessione che lo sfidava.
Si costrinse ad uscire dalla stanza, e quasi senza accorgersene si rifugiò sul tetto, cosa che non aveva mai fatto prima. Sdraiandosi a peso morto sul tetto e respirando profondamente riuscì finalmente a ritrovare la calma necessaria a pensare lucidamente, quindi lasciò vagare i propri pensieri come prima di una meditazione speciale, ma questa volta non ebbe bisogno di focalizzarli.
L’argomento e lo spunto continuavano a spiccare dentro la sua mente, mentre Xen Len e Rondine venivano sostituiti dalla sua mente con sé stesso e Farfalla.
Vedere Bocciolo della Fioritura non lo aveva colpito tanto, invece Rondine sì, perchè?
Rondine non aveva una goccia di sangue fatato, come invece aveva Farfalla, e Bocciolo le assomigliava pure un pochino, eppure aveva lasciato solo ammirato il solare.
Frustrato e desideroso di non perdere di nuovo la calma si distrasse guardando le macerie della Forgia Vulcano, che continuamente venivano spostate per recuperare i corpi e ripristinare i laboratori. Aveva litigato con un Ifrit in quel luogo, molto animatamente, e facendo ricorso ai propri poteri l’Eclisse non aveva migliorato la situazione, si era solo reso un mostro agli occhi dell’elementale.
Eppure quel pensiero fece scattare in lui una intuizione.
Ecco perchè Rondine mi fa star male mentre Bocciolo no! Rondine ama davvero Xen len, non come il perverso rapporto tra Bocciolo e Dedito all’amore.
E’ vedere negli occhi di Rondine lo stesso sguardo che Farfalla riservava a me a farmi stare così male. Ma cosa sono diventato per arrabbiarmi con degli innamorati?
Dovrei gioire della felicità del mio amico, e invece…
Rattristato da quella scoperta scese dal tetto e si mise ad allenarsi con la Falce. Non era un grande amante dell’attività fisica, ma a Kether Rock aveva scoperto che mettere alla prova i limiti del proprio corpo aiutava a liberare la mente.
Dopo circa un’ora di allenamento grondava di sudore bollente che sembrava evaporare una volta uscito dal suo corpo, e la falce proiettava sul suo corpo linee di luce argentata, eppure la sua mente continuava a turbinare, e anzi i suoi pensieri si erano fatti sempre più cupi.
Sono passati tre anni, ormai avrà qualcun altro, qualcuno da baciare ed amare, qualcuno con cui sorridere nuda dopo aver fatto l’amore e DANNAZIONE!
La sua stessa mente sembrava provare un piacere diabolico nel tormentarlo con immagini dolorose.
Si sentiva tradito dal suo stesso cuore.
Amava un giovane e fragile uomo, dal carattere semplice e disponibile, fedele solo ai suoi sogni e alla propria famiglia. Sono ancora quell’uomo? O sono un dominatore solare, che brandisce un’arma impossibile da brandire, un seminatore di morte?
Quasi adirato con la falce la gettò via, e uscì sul proprio ampio balcone, rivolto verso Nord.
A ben più di diecimila miglia in quella direzione c’è casa mia. C’è lei, perchè io sono ancora qui?
Per la prima volta iniziò ad escludere mentalmente tutti i legami e i motivi che gli avevano impedito di abbandonare tutto e tutti per andarsene al nord a recuperare la propria amata, conquistarla e sedurla assieme alla terra che tanto amava, e che ora sapeva di poter rendere grande.
Ma ora anche questa terra, e soprattutto Kururu ha bisogno di me.
Non è il momento, ma presto. Presto sarò libero di inseguire i miei sogni.
Anzi, smetterò di inseguirli, potrò realizzarli.
Concluse mentre il sole dell’alba annunciava la partenza imminente.
Sotto la sua villa un reggimento stava muovendosi per unirsi all’esercito e il comandante urlava alla truppa: “Siete pronti a combattere per la gloria e l’onore?”
Nel coro di risposte decise Hakurai rispose solo mentalmente: Gloria e onore presto non basteranno più comandante, io voglio qualcosa di più. Voglio un sogno.

La guerra era finita, e Kururu era emersa come dominatrice del campo, vera regina guerriera del sud.
Il fatato che avrebbe minacciato il suo padre celeste ora non era più nulla, solo un ricordo la cui leggenda alimentava quella dell’Alba.
Eppure Kururu, mentre tutti tiravano un sospiro di sollievo e godevano della loro fatica nella ricostruzione, spinti dalla speranza e dall’ammirazione per quello che presto Gemma del Sud sarebbe divenuta, veniva presa sempre più dallo sconforto.
Scoprire di avere un figlia, carne della propria carne nel mondo l’aveva sconvolta. Non aveva alcun ricordo della gravidanza, e nemmeno del padre. Non ricordava alcun tenero frugoletto, nessuna parolina dolce, nulla di nulla.
Ma adesso, ogni volta che incrociava un bambino o una madre con un neonato aveva d fronte agli lo sguardo assassino e collerico della figlia. Nelle orecchie risuonava la sfida, e la promessa di dolore. Non di sconfitta, di dolore.
Stava camminando per la città, semplicemente passeggiando, per scoprirne ogni via o vicolo, ogni angolo, ma vide qualcosa che la fece star male.
Una madre, una mortale aveva in braccio una piccola bambina che aveva i suoi occhi, la stava indicando e dicendo alla bambina: “Guarda, quella è Kururu, la tua Shogun, se pregherai diverrai bella quanto lei.” Quando la bambina le rivolse un sorriso raggiante, la solare sentì le viscere raggelarsi e gli occhi riempirsi di lacrime.
Facendosi forza sorrise alla piccola e a sua madre, accennando appena un vago gesto di benedizione alla piccola, ma vedere quel volto paffuto e luminoso la faceva star male, e sentire le parole rauche e tremati di rabbia ella figlia le faceva sentire uno strano sapore acido in bocca.
Non appena ebbe svoltato l’angolo iniziò a correre a perdifiato attraverso le strade, puntando dritta alla barriera, sentendo la voce della figlia sbucare da ogni angolo, i suoi occhi la fissavano dai volti di ogni persona della città, e il suo odore le riempiva le narici.
Si fermò solo quando sentì le dune cedere sotto il suo passo scomposto, e il lieve ronzio della cupola d’essenza non fu scomparso del tutto, solo allora si permise di cadere rovinosamente al suolo, singhiozzando e gemendo tanto forte da gettare nella disperazione persino gli spiriti del deserto.
Kururu non era mai stata davvero una donna. Era un’orfana, non aveva avuto una madre che le insegnasse cosa potesse significare essere una donna, alla mercè del proprio cuore.
La sua madre adottiva, Kajeha era stata vergine fino alla propria esaltazione e parlava raramente del suo sposalizio con Luna. Aveva fatto di lei una guerriera, e anche dopo l’esaltazione le aveva insegnato a combattere con l’essenza, e a sostenere il difficile compito di un eccelso.
Ma nessuno, nemmeno a Kether Rock l’aveva aiutata a svelare il proprio cuore, ad abbandonarsi al desiderio di tenerezza, al desiderio di avere una figlia da amare, al desiderio non di un corpo caldo ma di un uomo costantemente al proprio fianco, un sostegno per la vita.
E quei desideri erano giaciuti sopiti nel cuore della solare per anni, mentre lei ignara scopriva cosa significasse essere una condottiera del Sole Invitto.
Poi però era apparsa una figlia che non sapeva di avere. Una creatura che doveva aver partorito, che doveva aver sviluppato e portato nel proprio grembo per dei mesi.
E assieme a lei il padre, un lunare bello e affascinante come ogni altro eccelso, che la guardava con una rabbia fredda priva di dubbi. Aveva giurato di ucciderla se si fosse avvicinata a sua figlia, e non l’aveva mai chiamata “nostra”. Sembrava considerare Kururu la peggiore delle creature, e la accusava del terribile stato della figlia.
La figlia di Kururu, la bellissima figlia che era senza dubbio sangue del suo sangue era divenuta una akuma, una schiava degli Yozi.
Chissà quali tormenti doveva aver subito, quali torture, e quanta disperazione doveva aver avuto nel cuore per rivolgersi e dedicarsi a padroni tanto spietati crudeli ed alieni.
La sua bambina, che avrebbe dovuto coccolare e proteggere con ogni sua forza era ormai una schiava dei demoni. E Kururu non l’aveva mai vista prima che questa cercasse di ucciderla.
Era decisamente troppo, e urlando al cielo la propria solitaria disperazione e solitudine svenne dopo ore di pianto, crollando esausta sulla sabbia e sprofondando in un sonno che generosamente le concesse un pacifico oblio per alcune ore.
Quando si risvegliò la luna brillava alta nel cielo, illuminando il mondo di una luce azzurrina.
Sentendosi completamente svuotata dovette appoggiarsi alla propria lancia per alzarsi.
Nel silenzio del deserto si chiese come avesse potuto percorrere tanta strada, ma quando ricordò quando disperata e in preda al dolore fosse si chiese come avesse fatto a non attraversare il deserto intero.
Aveva pianto per delle ore, eppure non le sembrava che il dolore che si portava dentro fosse diminuito affatto. Sentendo le lacrime scenderle di nuovo dal volto rise scioccamente ad un pensiero buffo: “Un mortale sarebbe disidratato, ma la mia esaltazione mi ha dato abbastanza forza da trattenere l’acqua del mio corpo. Almeno quanta ne serve a piangere ancora disperatamente. Pensavo che esaltandomi non avrei più dovuto piangere, e invece è proprio la mia esaltazione a farmi piangere più di quanto possa piangere una donna normale…”
Incamminandosi verso casa riflettè sul suo sposo lunare, che tanto la odiava. Lei non lo odiava affatto, desiderava da tempo conoscerlo, eppure non si era mai chiesta perchè lo volesse tanto.
Lui mi avrebbe capita. Kajeha ha detto che il legame tra solari e lunari è indissolubile, e che ogni tipo di rapporto nasca fra i due è speciale e leggendario. Ma a me non è stato concesso questo privilegio. Ho dovuto subire il suo odio senza aver modo di farmi conoscere, di farmi amare, né di farmi sostenere da lui..
Più pensava, realizzando quanto avesse tenuto nascosto anche a sé stessa il desiderio di un simile legame, che le permettesse di superare le sue paure di ragazzina inesperta, e i timori della potente eccelsa, più le lacrime continuavano a scendere lungo il suo viso, il collo e sul corpo che iniziava a scaldarsi per il movimento.
O forse ci siamo conosciuti ed amati.. forse mi hanno cancellato la memoria,e strappato da mia figlia! Ma chi? Perchè?
Pensieri orribili le si affacciarono in mente: i suoi istruttori potevano aver fatto qualcosa del genere per assicurarsi il suo pieno impegno? O qualche suo nemico che voleva indebolirla? Ma chi potrebbe odiarla tanto e averne i mezzi?
Mentre sentiva la sua mente venire invasa da simili domande e dubbi sentì la sua parte più forte reagire, prendere per mano la bambina spaventata che aveva trovato sulle dune e la donna disperata che aveva abbandonato la città e promettere loro che non solo qualcuno avrebbe pagato per tutto questo, ma che la sua forza non avrebbe avuto altro scopo che mettersi al loro servizio, per riconquistare la loro figlia, strapparla ai demoni e crescerla con suo padre.

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AlessandroEzioLot

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